All’amore

 

Tu, che spesso sei solito le dolci midolle bruciar,

e il mio cuore ferire con i tuoi strali,

Tu, che or questi or quelli vincere tenti,

e intrappolar ti studi in mille modi,

Perché, cieco fanciullo, con tante fiamme

i cuori bruci, e di ferire tenti il fianco mio?

Che fece io mai, che a torturarmi insisti

e patir mi fai cotanti malanni?

Dispreggiate ho io mai le ire del tuo nume,

e neppur le forze che il tuo arco tiene;

Nè disprezzati ho mai di tua genitrice i regni,

né di voi disse mia lingua alcun male;

Di contra al ciel alzai con le mie lodi

e le fiamme e i lazzi e le frecce potenti;

Ma con devota mente sempre onorai te

e la madre tua ad un sol modo sempre temetti.

Le leggi vostre, i precetti, seguendo e gli statuti,

d’entrambi suddito al comando ho sempre vissuto.

E pur che giova a me li trionfi vostri aver cantato,

e voi tra gli altri dei aver lodato?

Pietade alcuna né compassion di me ti tocca,

Ohimé! così ti piace farmi tribolare misero?

Qual guadagno al fin farai della mia morte?

e qual grandezza darrati la mia rovina?

Non han riposo mai le stanche mie membra,

nessuna quiete dà il sonno agli stanchi occhi.

Di Cerere dono, né di Bacco dolce bevanda,

ricrea i miei sensi, né vivanda alcuna.

Giacché mentre io mangio vedo dragoni mangiare,

e son veleno, mentre io bevo, per me i vini.

Feriscono insistenti i tuoi dardi il mio core,

e notte e giorno uan fiamma brucia il mio petto.

Oh! Se una qualche clemenza tocca la mente tua,

se dalle lacrime pie è mai piegato il tuo cuore,

Tosto concedi aiuto al giovin poeta,

e cessi la voglia iniqua di mia morte.

Né ti rincresca, dopo lungo tempo, ridare

il cervello al demente e me alla mia mente.

Dal mio cuor tosto rimuovi le ardenti fiamme,

né ti rincresca refrigerar il tenero fianco.

Almen fa che, riscaldata da pari faville,

pur senta tua fiamma la bella Morina.

Ella giammai sentì le tue frecciate,

e fredda sempre suol dispreggiare il tuo calore;

Il mio dolor essa mai non ascolta,

ma traditora canzona i miei guai.

Tua forza schernisce, disprezza i tuoi regni,

Empia mena esultando di mia morte il vanto.

Tu, se sari giusto, o rendi me libero,

o fa che pur essa al tuo laccio sia presa.

 

Da «Capricia Macaronica», 1636

 

 

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